Confini e frontiere

Traduzione di: 
Giacomo Scotti
Fantasmi che non abbiamo saputo seppellire

Era solo un mito tutto quello che una parte del mondo (probabilmente la parte migliore) pensava della Jugoslavia, quello che molti jugoslavi pensavano di se stessi? Era un mito quello di un popolo, forse il più audace dell’Europa, che aveva saputo opporsi al fascismo con tale efficacia? Quello del primo paese dell’Europa orientale che aveva contrastato Stalin? Quello di una società che aveva scelto una via al socialismo diversa da quella stalinista, imboccando la strada dell’autogestione e dell’autodeterminazione? Quello di uno dei rari paesi multinazionali del mondo, che aveva saputo risolvere il problema della convivenza? Era un mito il movimento dei non allineati, che attrasse a se una parte del Terzo Mondo? In tutto questo, c’era qualcosa di reale? Le decine di statisti di tutto il mondo che, nel 1980, giunsero a Belgrado per inchinarsi davanti al feretro dell’uomo che avevano creduto personificare tale realtà, erano forse ingannati dal suo mito?

Queste domande si pongono da sole. E ce le pongono gli amici della Jugoslavia, che, nonostante tutto, ci sono ancora (è per alcuni di loro che scrivo queste righe). E noi stessi ci chiediamo che cosa ci è accaduto. Le risposte che ci vengono offerte, i commenti che leggiamo sui giornali stranieri, sono per lo più generici o superficiali. Gli abitanti della Jugoslavia, nella maggior parte dei casi, rispondono alle domande che vengono loro rivolte in modo contraddittorio, a seconda della nazionalità alla quale appartengono. Così fanno anche i mezzi di informazione. Si dice che questo fatto sia naturale in guerra.

Vi sono aree in Europa, probabilmente anche altrove, dove la geografia e la storia si sfidano a vicenda. Così accade, evidentemente, nei Balcani. Ripetiamo spesso che qui ha avuto inizio una parte della storia europea, qui si è costituita la civiltà mediterranea. Ma di solito dimentichiamo di dire che proprio nella penisola balcanica -il cui interno è più un continente che una penisola - il Mediterraneo si è da tempo incrinato: questa frattura taglia in due l’attuale Jugoslavia. Ho cercato di descriverla in Breviario Mediterraneo: crocevia tra Oriente e Occidente, linea di demarcazione tra l’impero d’oriente e l’impero d’occidente, punto di confluenza del mondo bizantino e del mondo latino, area dello scisma cristiano, frontiera tra cattolicesimo e ortodossia, tra cristianesimo e Islam. Primo paese del Terzo Mondo in Europa oppure primo paese europeo nel Terzo Mondo - è difficile dire se la Jugoslavia sia più l’una cosa o l’altra. Quasi tutto quello che oggi vi accade deriva in misura maggiore o minore da queste contraddizioni. Nella dedica di un suo libro, Ivo Andrić ha citato una straordinaria osservazione di Leonardo: «Da Oriente a Occidente in ogni punto è divisione». Subito dopo il conflitto con l’URSS de11948, Miroslav Krleža ha cercato di proporre la presenza degli slavi meridionali su questo territorio come «terza componente» tra Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, nel passato e nel presente: ma questa componente si è dimostrata meno omogenea di quanto vagheggiasse il grande scrittore croato e centroeuropeo, amico di Tito.

Nel frattempo, le cose si sono fatte ancor più complicate: ragioni antiche e attuali, etniche e religiose, nazionali e statali, sono venute a trovarsi di fronte e si sono contrapposte le une alle altre. In questa area ci sono i resti di imperi sovranazionali, quello asburgico e quello turco, e le vestigia di nuovi stati ritagliati secondo accordi internazionali e programmi nazionali, le eredità delle due guerre mondiali e della guerra fredda, retaggio delle idee nazional-statali del XIX secolo e delle ideologie del «socialismo reale» del XX, le tangenti e trasversali contemporanee Est-Ovest e Nord-Sud, gli antichi e i nuovi rapporti tra Europa orientale ed Europa occidentale, tra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo, tra il capitalismo che ha superato se stesso e il comunismo che è sprofondato in se stesso. È necessario altresì prendere in considerazione, nelle nostre valutazioni, la sostituzione dei criteri bipolari, manichei per loro natura, con una sorta di policentrismo che non è ancora operativo: stiamo vivendo la fine dell’Europa delle nazioni e l’inizio della Comunità Europea, il desiderio di quest’ultima di essere capace di prendere decisioni al posto delle due grandi potenze che hanno finora deciso anche per essa.

Si direbbe che alla Jugoslavia sia toccato ancora una volta un ruolo non invidiabile: quello di essere, di fronte a tutti questi fenomeni e fattori, una specie di campo di prova. Le sue contraddizioni, stimolate e moltiplicate dalle tensioni che ho evocato, sono giunte così al punto culminante e si sono dispiegate in tutta la loro asprezza. L’aporia si è dimostrata maggiore di quanto ci si potesse aspettare. Lo spirito della negazione ha offuscato la ragione positiva. Là dove sembrava che le fratture interne fossero state superate e le cicatrici si fossero rimarginate sono riapparse le crepe e le ferite hanno ripreso a sanguinare. Il desiderio di unità è stato respinto dalle esigenze di separazione. L’idea della comunità ha lasciato il posto all’aspirazione alla particolarità. Gli squilibri dello sviluppo economico e culturale hanno sopraffatto le esigenze della politica e del partito. L’influenza delle due chiese cristiane (in alcune parti del paese anche quella dell’Islam) ha superato l’egemonia dell’ideologia.

A ben vedere, qui si avvertono con maggior drammaticità gli effetti e il significato dello scisma, che sottolineo ancora una volta in modo particolare: la profonda frattura che attraversa questa parte del Mediterraneo e che sguardi superficiali solitamente trascurano. Lo scisma, unito ai nazionalismi, cioè inserito in essi e nella loro storia, è stato e rimane uno degli incentivi ai conflitti che, nell’ultima guerra, hanno provocato chissà quante centinaia di migliaia di vittime, probabilmente non meno di un milione, ortodossi e cattolici, figli e figlie della chiesa d’Oriente o di quella d’Occidente, ebrei e musulmani. I ricordi di queste vittime sono rimasti nella memoria in modo più profondo e duraturo di quanto si potesse supporre. Senza di essi, senza i loro fantasmi, non ci sarebbe di certo la guerra attuale, che è insieme una guerra civile e una guerra di religione. Gli esorcismi non sono riusciti. I demoni sono all’opera. Tuttavia faremmo una semplificazione eccessiva se riducessimo tutto solo a questo. L’esperienza della laicità è limitata sia nell’Europa centrale sia nell’Europa orientale; nei Balcani è forse più limitata che altrove. Il rapporto nazione-stato, decisivo nella maggior parte dell’ area europea, si è manifestato in vari modi presso gli slavi del Sud: i croati persero il proprio stato nel medioevo e così entrarono nel 1918 nel comune stato jugoslavo; nel XIX secolo, a prezzo di enormi sforzi, i serbi riuscirono a creare un proprio stato nazionale. Le differenze derivate da questo rapporto influenzano la coscienza storica sia degli uni sia degli altri. Hegel annotò crudamente nella Filosofia della storia: «Nella storia mondiale si può parlare solo dei popoli che creano uno stato». L’«estinzione dello stato» di cui parlava Marx si è dimostrata finora soltanto un’utopia. La ricerca di una propria realtà statale - come uscita dall’anonimato della storia - è oggi ravvisabile in varie parti del mondo, dall’Adriatico al Baltico, in Europa come in Asia o in Africa. 

PRIMA DI ACQUISTARE LEGGI LE PRIME 50 PAGINE

Disponibile anche in altri store