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I tre libri di Florencia

Volume della collana LE BELLE LETTERE n. 39
Prezzo: €35,00 / Prezzo di listino: €35,00
Formato: 150X200, 480 pagine / Maggio, 2019 / ISBN: 9788893131230
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• Definizione di egomé: il più grande scrittore sconosciuto ancora vivente.

• Eros: Nel panorama delle antiche civiltà i greci furono un popolo straordinario, anzi, in una ipotetica graduatoria, il più straordinario. Muniti della loro magnifica lingua, sensibile ad un feed back continuo di causa – effetto nel confronto con la realtà, riuscirono a codificare (nei miti, nei poemi, nel teatro, nell’arte, nella filosofia) quasi tutte le componenti “dell’animo umano” dando un aspetto ai numerosi archetipi che ancora albergano nell’inconscio collettivo.  L’universo teologico dei greci raggruppa numerosi dei e semidei, ciacuno dei quali governa caratteristiche diverse dell’umanità, dell’essere uomo. In realtà essi “sono” tali caratteristiche. I greci però non li collocavano all’interno degli individui ma, per aumentarne la comprensibilità, la dignità e il rispetto, li posero all’esterno, nell’Olimpo, dove passavano il tempo a confrontarsi tra loro, ad allearsi o a confliggere usando gli uomini come strumenti e terreno di scontro. A parer mio, ma non solo mio, Eros è tra tutti importantissimo. In realtà, spogliato di ogni contorno e sovrastruttura, Eros è un dio potente, ma rozzo, sempliciotto, assai povero di sfaccettature. Impersonifica l’istinto copulatorio, la vis coeundi, l’istinto incoercibile di penetrare o di accogliere dentro, a seconda dei sessi. Perfino lo scopo riproduttivo resta in ombra dietro la sua essenza: per farsi manifesto ha bisogno di Priapo e di Rea, figlia di Gaia, divinità preposte alla fertilità, alla vis generandi. Se Eros da solo è emotivamente squallido, sempre in cerca di un piacere meccanico e ripetitivo, si può senz’altro affermare  che nessun altro dio è in grado esprimersi compiutamente in sua assenza. Eros, per fortuna, è dotato di un grande spirito di collaborazione. Insieme ad Afrodite, ad Apollo, alle Muse, ad Atena esprime le più incredibili qualità dell’uomo: la creatività e l’amore. Insieme ad Ares, Bia e Ker conduce al sentimento di possesso, alla passione, alla difesa del proprio territorio, ad una concezione duale del sé (io e il mio), all’aggressività e, quando si mette male, alla violenza distruttiva a volte spinta fino alle tenebre del “cupio dissolvi”. Di questo Eros multiforme e cumulativo ho voluto in questo libro parlare. Poco importa se una lettura puramente scientifica e di laboratorio della nostra natura tenda ad identificarlo con alcune molecole che ci girano nel sangue, sotto forma di ormoni e neurotrasmettitori. Per certi aspetti sono ancora legato alla fenomenologia di Husserl. La domanda è questa: come si manifesta Eros, in un singolo caso?

• Ho cercato le distinzioni tra alcune forme dell’eros maschile (invasivo, aggressivo, narcisistico, fragile, bisognoso, violento) e quello femminile (ricevente, soffusivo, disponibile, inclusivo, possessivo, accumulativo) I personaggi relativi sono Raimondo ed Alvaro in un caso, Amalia e Caterina dall’altro.

• In Gianluca detto Gianì l’oggetto della libido è duale. Una donna (Florencia) e l’amata scrittura. Duale vuol dire che i due elementi non possono essere scissi.  Florencia è pertanto un simbolo. Questo spiega la natura in formazione, compulsiva, sconclusionata, sognatrice, creatrice, e distruttiva dell’eros in Gianì. Nelle ultime righe del libro Gianì confessa papale papale chi è in effetti Florencia.

• Più che di un romanzo di formazione lo chiamerei di trasformazione. Esamina il passaggio dall’infanzia all’età adulta attraverso il periodo instabile e insicuro dell’adolescenza e della prima giovinezza. Questo passaggio si situa in un luogo anch’esso di passaggio: da un mondo agricolo, arcaico, governato da leggi immobili e poteri magici ad un mondo urbano, pragmatico, operaio, consumistico, dove si ereggono muri interni per proteggere le proprie convenienze.

• Il leitmotiv del libro è l’esame dei meccanismi d’ispirazione, maturazione e stesura di un romanzo. Un itinerario nella testa (laboratorio) di un possibile scrittore. Viene in luce la differenza tra l’utilizzo in modo strumentale e ricombinante delle esperienze vissute (fattuali e psicologiche) e un racconto autobiografico. Questo è un romanzo sull’atto di scrivere un romanzo.

• Ma questo libro è anche una apologia della letteratura. Cerca di dare alcune risposte sul suo significato. La letteratura (anche nella forma estremamente popolare della canzone) è presente dappertutto. Facile accorgersene nelle numerose pagine riportate e citate. Meno facile individuarla nei numerosi omaggi a grandi scrittori, tenuti accuratamente nascosti tra le righe. Ad esempio, la scena della caccia, nel terzo libro, è un omaggio a Hemingway. Ma molto devo anche a Melville, a Cervantes, a Proust, a Pasolini, a Bulgakov, a Forster Wallace, a Bennet. Oltre a molti altri. Potrebbe essere una divertente caccia al tesoro. Scrivere è come scalare una montagna. Lo si fa perché c’è una spinta a farlo, come se di mezzo ci andasse il senso della vita. Naturalmente, quando finisce l’erba, da lì in avanti si rimane soli.

• Esercizi di stile. Paragonarsi a Queneau è presunzione. Diciamo tentativi di stile: – Stile narrativo romanzesco. – Stile narrativo intimista. – Stile  discorsivo piatto, pedagogico saccente, barocco, surreale. – Dialoghi teatrali per portare avanti l’azione. – Dialoghi ragionanti per dimostrare un asserto. – Grammelot (scritto!?), pastiche in varie sfumature, per evincere il senso dal contesto fonetico dei suoni verbali.

• I tre libri sono indipendenti, ma andrebbero letti tutti e nell’ordine. Sono fin d’ora enormemente  grato a chi vorrà perdere parte del suo buon tempo in un cimento del genere, senza sapere prima se ne varrà la pena. Però, nei commenti, si prega di astenersi da termini come bello, piacevole, grazioso. Può darsi benissimo che questo libro sia un fallimento, come un saltatore che ponga l’asticella al di sopra delle sue forze e la faccia rovinare a terra. Ma non c’è mai stato nulla, di ciò che ho scritto, cui si attagliasse l’aggettivo piacevole. Queso genere di attributi indicano che, non avendo capito ciò che si è letto, non si è in grado di giudicare.

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