In tempi nei quali, a proposito e a sproposito, si parla in continuazione di geopolitica è utile risalire al suo padre putativo, Halford Mackinder, geografo e politico nonché intellettuale organico del British Empire. L’articolo seminale Il perno geografico della storia, del 1904, presenta alcune delle categorie fondamentali - regione pivot, massa continentale eurasiatica, Heartland, potenza marittima/continentale - della nascente disciplina che nei decenni successivi assumerà quel nome.
Il cuore dell’operazione mackinderiana sta nella tematizzazione del nesso tra costituzione di uno spazio globale e politica internazionale. Non a caso quelle categorie saranno assunte dagli strateghi statunitensi al momento del passaggio di testimone egemonico da Londra a Washington fornendo il quadro analitico della Grand Strategy del Contenimento alla base della Guerra Fredda e, nel ciclo successivo, del momento unipolare statunitense intrecciato alla globalizzazione.
Il saggio di interpretazione marxista di Raffaele Sciortino punta - in analogia con la critica marxiana dell’economia politica e riposizionando spunti di Karl Korsch e Amadeo Bordiga - a evidenziare il carattere a un tempo ideologico e “reale” delle categorie mackinderiane, e geopolitiche in generale. Categorie che sono il riflesso della (relativa) invarianza strutturale delle linee di fondo del sistema inter-statale sull’arco storico dell’imperialismo mondiale.
Necessario, allora, è farne una critica materialistica che sappia mettere in controluce la parabola novecentesca della Rivoluzione sociale, il cui corso geo-storico risulta speculare e opposto a quello della geopolitica anglo-sassone. Di qui l’attualità delle implicazioni politiche e geostrategiche delle tesi mackinderiane - “formula generale” dello scontro, passato presente e futuro, tra imperialismo e rivoluzione.
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