RACCONTI PER TEMPI POST-CRISTIANI

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Non è infrequente che una raccolta di racconti porti come titolo il titolo di uno dei racconti stessi, pur senza la possibilità che esso sia significativo di un qualche elemento assimilabile all’intero corpo narrativo. Racconti per tempi post-cristiani fa riferimento, pur senza riprodurne il titolo, a una delle storie raccontate in questo libro. Esso per altro allude – per contrasto – all’immaginario al quale attinge la vena narrativa di questo scrittore che risulta incapace di scrivere storie che non siano “storie cristiane”, pur essendo consapevole dell’imperante cultura secolarizzata dei nostri tempi. Storie cristiane sono infatti i quattro romanzi scritti da Luciano Marigo e storie cristiane sono quelle raccontate in questo libro. Ma che vuol dire “storie cristiane”? Non si tratterà, per caso, di pagine edificanti?
Marigo sa bene che la ragione dello scrivere una storia deve essere – in esclusiva – la ragione narrativa, alla quale ogni altro interesse deve essere ricondotto. Così nelle sue pagine si cercherebbe inutilmente la più piccola traccia di intenti apologetici o di volontà di indottrinamento: la sua scrittura rispetta rigorosamente la regola fondamentale dell’arte la quale stabilisce che ogni riferimento alla fede cristiana ha diritto di trovare posto in una pagina narrativa solo ed esclusivamente a condizione che partecipi alla logica narrativa e di essa esprima la forma e la sostanza.
Così, per esempio, mentre sul dilagare della secolarizzazione il teologo dispiegherebbe le sue dotte argomentazioni, il narratore racconta una storia: la vendita da parte della diocesi di un vetusto complesso di edilizia sacra inutilizzato da decenni, la sua destinazione a Museo di Archeologia Cristiana ad opera di un Centro Studi delle Civiltà Post-cristiane, la dispersione della residua comunità dei credenti e infine la morte del vecchio vescovo che ha vissuto gli ultimi suoi giorni in solitaria fervorosa ricerca della  santità. Talvolta il senso cristiano della storia è affidato a una semplice battuta come quando il piccolo Paoletto, stremato per avere giocato all’impazzata, si getta a terra con la faccia al cielo e dopo un po’, al colmo della felicità, confida all’amico Alessio: “Mi pare di essere posato sulla mano del Signore”; o come quando Valentina, la ragazza che persiste a fare la prostituta nonostante il rabbioso scontento che la rode, scoprendo per caso che il vecchio signore che ha aiutato a portare a casa la pesante spesa è un prete in pensione, è fulminata da questo pazzesco pensiero: “Se mi confesso, tra mezz’ora esco di qui felice”. Altra volta l’esperienza della fede è il controcanto a una vita immersa totalmente nella cultura secolare, come quando capita che la piccola santa ignorante (suor Felicia) riesce a scuotere con la sua umile dedizione l’animo dell’intellettuale ostinatamente laico, ponendolo di fronte alla proposta della fede (che per un attimo lo alletta ma che persiste a rifiutare). In ogni caso l’immaginario cristiano è la filigrana o, se si vuole, lo sfondo sul quale si leggono le coordinate di riferimento dell’umana esistenza.

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