Stato sociale, politica economica e democrazia

A cura di: 
Paolo Ramazzotti
Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell'intervento pubblico oggi

Il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti. (Federico Caffè)

Saggi di:
Michele Cangiani (Università di Venezia), Alberto Camozzo e Francesca Gambarotto (Università di Padova), Claudio Gnesutta (Università di Roma “La Sapienza”), Stefano Perri (Università di Macerata) e Roberto Lampa (Universidad Nacional de San Martin, Buenos Aires), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Angelo Salento (Università del Salento)

I saggi del libro riflettono da più prospettive sugli spazi dell’intervento pubblico in questo momento storico. Traggono spunto dalla riflessione economica di Federico Caffè, per il quale la ragion d’essere della politica economica risiedeva in primo luogo nello scarto fra contabilità privata e contabilità sociale e, conseguentemente, nei costi sociali di un’economia di mercato. Se l’intervento pubblico doveva far fronte a situazioni concrete come gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione o le duplicazioni di spese per la ricerca, l’obiettivo più di fondo rimaneva quello di rendere possibile “un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”.
Alla luce di questo obiettivo generale i saggi affrontano una questione che, oggi, appare di particolare pregnanza: il rapporto fra le politiche economiche attuali e due dimensioni del “progresso sociale e civile”: i diritti fondamentali enunciati dalla Costituzione e la democrazia. L’ipotesi da cui partono gli autori è che i primi vengano vieppiù subordinati a interessi economici sezionali e che ciò generi un progressivo declino democratico. A sua volta questo declino rende difficile contrastare il processo in atto, determinando il rischio di un’involuzione sociale e politica.
Concorre a questa situazione il ruolo assegnato allo stato. La tesi di fondo è che una serie di interventi normativi e di mutamenti istituzionali ne abbiano progressivamente ridotto l’ambito di azione, non solo accentuando il processo su delineato ma rendendo più difficile contrastarlo. Fra i mutamenti istituzionali in questione figurano quello associato al processo di integrazione internazionale e quello connesso con l’accresciuto peso dei gestori della finanza. Il primo ha determinato un mutamento nell’ordinamento giuridico che sembra subordinare i principi fondamentali delle costituzioni nazionali alle liberalizzazioni economiche. Il secondo determina una pressione sulle strategie aziendali, orientandole verso obiettivi di breve periodo, di contenimento dei costi privati a scapito di quelli sociali e di accrescimento del valore (azionario) delle imprese senza significativi effetti sull’occupazione.
L’interrogativo che ci si pone è se sia possibile rifuggire da quello che potrebbe apparire come un processo irreversibile. Le tendenze qui delineate suggeriscono che un’inversione di tendenza debba essere perseguita non solo adoperando in modo diverso gli strumenti attualmente disponibili ma modificando l’assetto istituzionale al fine di recuperare uno spazio di manovra oggi ristretto. Cruciale, al riguardo, è la questione dei confini da assegnare al mercato. La storia dello stato sociale è non solo una di indirizzo ma di vera e propria delimitazione pubblica di attività economiche ritenute socialmente prioritarie e non compatibili con la logica privatistica. Il recupero di questa prospettiva, al di là di alcuni risvolti tecnici, chiama in causa la centralità dei valori che sottendono la politica economica.
I problemi qui delineati – pur se affrontati con particolare attenzione al caso italiano - possono apparire di portata talmente ampia da risultare poco appropriati all’urgenza delle scelte da compiere e poco compatibili con il contesto politico-istituzionale attuale. Riteniamo, viceversa, che uno degli insegnamenti di Caffè sia che il compito degli studiosi non sia di adeguare le loro analisi alle mutevoli contingenze politiche ma di delineare quegli interventi possibili rispetto ai quali le scelte politiche vanno valutate.
I saggi sono frutto di una forte interazione fra gli autori, come si può vedere dai richiami che ciascun saggio fa agli altri lavori, e si propongono di stimolare il dibattito e la riflessione su temi che si scostano dalle retoriche della saggezza convenzionale. L’auspicio è di favorire un dialogo fra studiosi di discipline diverse e che possa interessare un uditorio di non specialisti, contribuendo all’elaborazione di ipotesi di azione per l’oggi. Lo stile espositivo, pur nel rigore della trattazione, di ciò tiene conto.

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