La crisi globale

L'Europa, l'euro, la Sinistra

In tre brevi saggi viene proposta una lettura della crisi globale che va controcorrente rispetto a quelle oggi dominanti, anche a sinistra. In “Due o tre cose che so di lei”, la Grande Recessione dal 2007 è vista come la crisi di un capitalismo ‘neoliberista’ che, lungi dall’essere monetarista e stagnazionistica,  è stato una sorta di ‘keynesismo privatizzato’. Dominato dai money manager e spinto dalla inflazione delle attività finanziarie, il ‘nuovo’ capitalismo ha prodotto da un lato lavoratori ‘traumatizzati’, dall’altro consumatori ‘indebitati’. Il lavoro è stato realmente sussunto al capitale finanziario: la ‘centralizzazione’ del capitale non si è più accompagnata alla sua ‘concentrazione’, mentre le banche centrali hanno immesso moneta per nutrire le bolle speculative. L’instabilità è stata rimandata, ma l’insostenibilità del modello è infine esplosa violentemente, prima con la crisi delle dotcom, poi con quella dei subprime. In “Finestra sul vuoto” la crisi europea e del debito pubblico viene letta come l’altra faccia della crisi globale e del debito privato. Si ricostruiscono le tappe del percorso di unificazione monetaria, dal Trattato di Maastricht all’istituzione dell’euro, se ne ricordano le contraddizioni come le possibili alternative, e se ne spiega il singolare ma temporaneo successo iniziale, dovuto anche agli sbocchi forniti dal capitalismo anglosassone ai neomercantilismi forti e deboli. L’impasse europea non è una riedizione della crisi del 1992 né il meccanico esito degli squilibri commerciali: è piuttosto il ‘rimbalzo’ della crisi globale, reso ancor più drammatico dalla frantumazione politica e sociale europea, e dalle politiche di austerità. “L’Europa al bivio” (scritto con Jan Toporowski) sostiene che il default non è necessario, il ‘diritto all’insolvenza’ una falsa soluzione, l’uscita dall’euro oggi comunque catastrofica per i lavoratori. Una autentica via d’uscita dovrebbe coniugare una politica monetaria di rifinanziamento dei disavanzi degli stati e di mutualizzazione del debito pubblico europeo, una reflazione trainata da una spesa pubblica capace di modificare la composizione della produzione, una socializzazione in profondità delle economie. Ma la crisi capitalistica ha oggi un segno di classe di attacco al lavoro e alla riproduzione sociale, e la sinistra è ancora in grave ritardo. Di fronte alla barbarie che avanza, la sinistra appare ferma ad una critica etica e/o distributiva, divisa tra subalternità al social-liberismo e incapacità di mettere in questione il modo di produzione.

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