Abbiamo costruito le macchine per liberarci dalla fatica, poi abbiamo affidato loro i calcoli, la memoria e le scelte. Oggi sono loro a filtrare il modo in cui conosciamo il mondo e forse a darvi forma.
L'algoritmo incarnato indaga questa lunga delega. È un desiderio antico quanto il mito, che attraversa i secoli della tecnica e si compie nel Novecento, quando si comincia a pensare il cervello come una macchina e la macchina come un cervello. Ma l'indagine non si ferma all'intelligenza artificiale.
Nei laboratori della robotica evolutiva esistono già agenti che imparano dall'esperienza e si inventano un linguaggio, insegnano ad altri agenti, cambiano il proprio corpo e si riproducono senza intervento umano.
A questo punto non basta più chiedersi se le macchine pensino. Bisogna chiedersi che cosa fanno, e che cosa fanno di noi. Il libro mette in crisi le categorie con cui abbiamo sempre tenuto separati il soggetto e l'oggetto, l'umano e il suo strumento; invita a guardare in faccia ciò che sta nascendo: un'alterità artificiale con cui conviviamo già, le soggettività biotiche.
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