Contro i sacrifici

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Governo di tecnici o congrega di maldestri stregoni?

“La paura e il dubbio e precauzioni di tipo ipocondriaco ci stanno bloccando al chiuso. Abbiamo invece bisogno del respiro della vita. Non c’è nulla di cui aver paura. Al contrario. Il futuro ci riserva molta più ricchezza e libertà economica e opportunità di vita di quante non ne abbiamo mai godute in passato. Non c’è alcuna ragione per non sentirci audaci, aperti alla sperimentazione, attivi e alla ricerca delle possibilità. Là di fronte a noi, a bloccare la via non ci sono altro che un po’ di anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.

John M. Keynes

È sensato riferirsi al governo in carica come ad “una congrega di maldestri stregoni”, o si tratta di un’esagerazione? In contrasto con la convinzione più diffusa, che il mago sia colui che inventa soluzioni innovative, l’antropologia da tempo riconosce che il mago è colui che, al sopravvenire di eventi che gli rimangono oscuri, applica rigidi rituali mistici, ereditati dalle generazioni precedenti, dai quali non sa imparare a scostarsi. Da questo punto di vista il mago può essere considerato un “tecnico”, che tenta di risolvere un problema senza avere una chiara rappresentazione dei passaggi attraverso i quali giungere al risultato. Egli si trasforma però in uno stregone se, di fronte ai guai che causa, resta indifferente. Negli ultimi trent’anni, nelle società economicamente sviluppate, ha fatto la sua comparsa una figura opposta, quella dei sedicenti “tecnici”, che in realtà non sono altro che maghi-stregoni. Con la presunzione di aver compreso la natura della crisi, impongono alla società drastici “sacrifici”, ed una pietosa ripetizione delle pratiche economiche che aggravarono la Grande Crisi del ‘29. Il risultato che hanno ottenuto, in trent’anni di egemonia culturale, è stato esattamente lo stesso dei governanti di allora: hanno fatto precipitare l’economia nella più grave recessione degli ultimi ottant’anni, dalla quale pretendono di uscire con altri sacrifici.
Nel testo l’autore spiega perché questa prospettiva è oggi insensata e anacronistica. Attualizza l’accorato appello di John M. Keynes del 1929 quando scrisse: “Negazioni, restrizioni, inattività – queste sono state le parole d’ordine dei governi che si sono susseguiti.  Sotto la loro guida siamo stati costretti a stringere la cinghia e a trattenere il respiro. La paura e il dubbio e precauzioni di tipo ipocondriaco ci stanno bloccando al chiuso. Abbiamo invece bisogno del respiro della vita. Non c’è nulla di cui aver paura. Al contrario. Il futuro ci riserva molta più ricchezza e libertà economica e opportunità di vita di quante non ne abbiamo mai godute in passato. Non c’è alcuna ragione per non sentirci audaci, aperti alla sperimentazione, attivi e alla ricerca delle possibilità. Là di fronte a noi, a bloccare la via non ci sono altro che un po’ di anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.
Questa operazione può riuscire solo se ognuno impara a scorgere la componente mistica di una cultura economica che si trascina dannosamente dagli anni Ottanta. Un’esperienza alla quale l’autore cerca di introdurci in modo semplice e chiaro, delineando in conclusione quelle che possono essere le alternative.

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