Le Elegie Duinesi di Rilke/Rilkes Duineser Elegien

A cura di: 
Sante Maletta
Traduzione di: 
Sante Maletta
INTRODUZIONE DI SANTE MALETTA

I due autori rilevano la presenza di una profonda contraddizione all’interno della concezione dell’esistenza che emerge dalle elegie rilkiane, le quali, d’altra parte, non ambiscono all’univocità dell’opera filosofica. Da un lato, per Rilke l’esistenza è autentica solo se “deobbiettivata”, “non legata ad un destino personale”: “‘esistenza’ significa allora il puro presente libero da contrapposizioni, il ‘puro corso’ che non porta in sé le altre dimensioni temporali dell’essere dell’uomo, il futuro e il passato”. Ecco ciò che l’“animale”, il “bambino”, il “morente”, l’ “amante”, l’ “eroe” – in quanto situazioni – hanno in comune: l’assenza di destino, dove “destino” indica essere temporali, “trovarsi di rimpetto ad un confine ed essere limitati dalla morte”. Ma – e in ciò sta la contraddizione – la capacità di destino è “condizione per essere poeta”. Per narrare e glorificare le cose, infatti, occorre farne conoscenza, e ciò non è possibile senza porsi “di fronte” ad esse. In realtà, la contraddizione appena individuata è, per Arendt e Stern, solo apparente. La caducità del mondo interessa, infatti, non solo l’uomo, ma anche le cose; queste necessitano di salvezza, non possono, cioè, raggiungere una compiutezza d’essere di per sé, ma – attraverso una “pressante commissione” – sollecitano l’uomo ad “un salvifico innalzamento all’‘essere più forte’”. Paradossalmente, le cose, che sono “più durature dell’uomo”, si appellano a lui – all’essere più caduco che abita il mondo in maniera estraniata, sempre in bilico tra la paura della morte imminente e il rimpianto di un bene passato – per raggiungere l’“essenza più forte”. Ecco allora che il poeta acquista una funzione fondamentale all’interno della dinamica esistenziale: egli deve trasformare il percepibile in impercepibile, deve interiorizzare le cose e, attraverso la parola poetica, donare ad esse un essere compiuto.

Hannah Arendt e Günther Stern-Anders si erano conosciuti, entrambi studenti, ad un seminario di Heidegger a Marburgo nel 1925, poi si rividero a Berlino nel 1929 ad un ballo mascherato, organizzato per scopi di beneficenza e qualche mese dopo, il 26 settembre, esattamente nel giorno del quarantesimo compleanno di Heidegger, si sposarono con una cerimonia civile a Nowawes. Era per entrambi il primo matrimonio che durò otto anni. Provenivano dallo stesso ambiente dell’ebraismo colto, le loro famiglie si stimavano molto. Stern-Anders era figlio del celebre psicologo William Stern e cugino di Walter Benjamin. Agli amici che le chiedevano che cosa l’avesse attratta verso il giovane Stern, Hannah rispondeva sempre mettendo l’accento sull’affinità intellettuale che esisteva tra loro e sulle sue doti musicali apprezzate da sua madre Martha Arendt ma non da T. W. Adorno che stroncò un suo lavoro di abilitazione sulla filosofia della musica. Nei tempi di crisi della Repubblica di Weimar tra il 1929 e 1933 la giovane coppia non ha molto denaro ed è costretta ad arrangiarsi, cambia spesso alloggio, si adatta a vari mestieri, si sistemano a Drewitz nei pressi di Potsdam, dove condividono «camera, ripostiglio e una cucina in miniatura», mangiano ciliegie, studiano, discutono e scrivono insieme;(1) gli interessi intellettuali, le letture e i percorsi di pensiero ora convergono ora si diversificano. Günther frequenta gli ambienti di sinistra ove incontra Brecht, Döblin e Stefan Zweig mentre Hannah cerca contatti coi sionisti come Blumenfeld, Schocken e Gurian. Poi le loro vite si separarono.

(1). G. Anders, La battaglia delle ciliegie. La mia storia d’amore con Hannah Arendt, a cura di G. Oberschlick, con introduz. di C. Dries, trad. it. di S. Bertolini, Donzelli editore, Roma 2012.

 

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