L'era dell'e

Autore: 
Traduzione di: 
Daniela Roso
Sono in molti ad essere spaventati dalla globalità, dalla vaghezza e dall’indeterminatezza dell’e.

In un suo saggio dal titolo emblematico “E”, Vasilij Kandinskij si chiedeva quale fosse la parola che contraddistingueva il ventesimo secolo rispetto al precedente. La risposta lascia stupefatti. Mentre nel diciannovesimo secolo imperava il dualismo aut-aut, ovvero la tendenza alla suddivisione e alla specializzazione, lo sforzo di inquadrare il mondo entro criteri univoci e costanti, il ventesimo sembra caratterizzato dall’e, cioè si afferma la propensione alla coesistenza, alla molteplicità, all’incertezza, emergono gli interrogativi sui nessi, sui legami, si sperimenta lo scambio, l’inclusione del terzo, la sintesi, l’ambivalenza.
Nel mondo, nel nostro mondo il tema attuale è quello dell’indeterminatezza dell’e. Nell’e è racchiuso l’attraente e l’insidioso: l’abbandono dell’ordine, il brulicante caos del mondo, la sua pretenziosa speranza di unità, la sua impotenza di fronte all’aggregazione, i suoi limiti e la sua illimitatezza, l’illusione crescente dell’esistenza dei confini e la paura che ne deriva. La semantica dell’aut-aut non è stata del tutto eliminata proprio per l’indefinitezza, si potrebbe anche dire per l’indifferenziata tolleranza dell’e. E, se si, è stata eliminata in modo confuso, sfuocato, pericoloso. Sicuramente la globalizzazione ormai irreversibile del mondo gioca a favore dell’e che ha penetrato anche i confini armati. Nel contempo ha contribuito però a rendere diffusi e inevitabili anche i rischi.
Ogni fase storica della politica è segnata da un’esperienza scatenante. Nel 1789, con la presa della Bastiglia finisce l’epoca dell’inassoggettabilità del monarca al diritto, del suo essere sovrano “per grazia di Dio”, e il “governo del popolo”, la democrazia nei limiti del concetto di stato nazionale, inizia la sua sempre più dubbia marcia trionfale. È significativo al proposito che due secoli più tardi due esperienze segnino l’inizio dell’epoca dell’e: la catastrofe nucleare di Cernobyl e la caduta del muro di Berlino; le istituzioni aut-aut della società industriale, le sue esigenze di sicurezza e le sue pretese di controllo vengono contraddette dall’esperienza della “globale Risikogesellschaft”, della società globale del rischio; l’assetto aut-aut dello schema politico “est-ovest” e “destra-sinistra” crolla.
La seconda esperienza originaria si è rapidamente dissolta e proprio per questo merita di essere ricordata. Il comunismo è uscito dalla scena della storia universale non con inaudita violenza, né con le mani legate dietro la schiena, e neppure con il fragore di una sanguinosa esplosione primordiale; è svanito come svanisce un incubo al risveglio; come una fiaba reale.
Scrive Peter Handke:
L’anno 1989 volgeva al termine… in Europa di giorno in giorno e di paese in paese così tante cose andavano trasformandosi e in modo così naturale che egli, qualcuno, si immaginò di leggere il giornale per la prima volta dopo un lungo periodo durante il quale non aveva avuto notizie dal mondo, magari perché completamente assorbito da un progetto di ricerca, oppure perché rimasto per mesi in stato di incoscienza in seguito a un incidente, e di credere che fosse un’edizione speciale, nella quale si simulava che i desideri delle popolazioni schiavizzate e smembrate fossero diventati da un giorno all’altro realtà. Anche per uno come lui, con un passato senza storia e un’infanzia e anche una giovinezza poco vissute, semmai piuttosto ostacolate… anche per lui quello era l’anno della storia. Era come se essa potesse improvvisamente assumere, oltre a tutte le sue varie forme, anche quella di una favola che racconta se stessa, la fiaba più vera e più convincente, la più celestiale e la più terrena… dal momento che la storia, in quanto grande favola del mondo e dell’umanità, sembra potersi evolvere di giorno in giorno, poter continuare a raccontarsi e svanire (o si trattava piuttosto solamente di un’aberrazione della vecchia storia sugli spettri?)…
Il 1989 è stato l’anno dell’e. La danza sul muro di Berlino è il simbolo della rivoluzione pacifica dell’e, scoppiata dal nulla e ancora oggi rimasta inspiegata e inspiegabile. Ri-erigere, ri-evocare e ri-nazionalizzare oggi confini già caduti altro non è che una reazione: la reazione a una semantica dell’e assolutamente insopportabile.
Sono in molti ad essere spaventati dalla globalità, dalla vaghezza e dall’indeterminatezza dell’e. L’estraniamento dell’estraneo e l’espropriazione del proprio, involontarie conseguenze dell’e, vengono percepiti come una minaccia. In molti affermano di non poter vivere senza il dualismo aut-aut e aggiungono di non riuscire nemmeno a immaginarsela, la dimensione dell’e. L’e non segna dunque la creazione di un paradiso sulla terra, diventa invece probabile foriero di nuove, impensabili sciagure. Ma il mondo dell’aut-aut nel quale pensiamo, agiamo e viviamo sta diventando fittizio. In un modo o nell’altro prendono vita discussioni ed esperimenti in una dimensione che va oltre l’aut aut o, per usare le parole di questo libro, si inizia a “reinventare la politica”.

 

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