Esistenza e storia in Simone Weil

A cura di: 
Luigi Antonio Manfreda, Federica Negri e Aldo Meccariello

Una discepola dei Greci

La sospensione forzata d’ogni attività, durante la drôle de guerre, le provoca uno stato d’inquietudine che prefigura quella lacerazione interiore, quella percezione d’impotenza ad agire, che determinerà, a Londra, la fine precoce della sua esistenza. Sempre più si va chiarendo, nella sua mente, qual è la causa profonda della malattia che affligge la Francia, l’Europa, l’intero Occidente. Avverte, con sempre maggior consapevolezza, che il fondamento stesso di questa civiltà è malato nella misura in cui si radica nell’idolatria e nella pratica della forza: esso è, inguaribilmente e tragicamente, in preda alla dismisura. Ed essere in preda alla dismisura è, in se stessa, una condizione tragica. Una discepola dei Greci, come lei, non può ignorarlo: ecco perché, ormai, non le basta più occuparsi di sindacato, di condizione operaia, o dei problemi interni della Francia. Il momento, più che mai drammatico, le impone d’avviare un ripensamento in profondità sui tempi e i modi di una possibile, anche se problematica, rifondazione della civiltà occidentale. Per meglio dire, le impone d’interrogarsi sul nesso passato-presente, e ciò significa guardare al presente come al luogo dello sradicamento, in cui il legame di civiltà col fondamento greco e cristiano sembra del tutto dimenticato o pervertito, tanto nella coscienza collettiva come, e ancor più, nella retorica del linguaggio politico. Beninteso, non si tratta di concepire un’operazione meccanica, del tutto irrealistica, di reinnesto del passato nel presente, ma piuttosto di un ripensamento critico portato fino in fondo, senza cedimenti nostalgici, con la piena coscienza di quel tanto d’inedito, d’indecifrabile, che il presente reca pur sempre con sé, rispetto al quale non può esservi riferimento al passato, ai suoi reali o presunti fondamenti di civiltà che, senza le necessarie mediazioni, possa generare nuovi sbocchi o suggerire soluzioni alternative.

Ho dei progetti personali che non mi lasciano tempo, e ai quali nessuna considerazione potrebbe farmi rinunciare. In due parole (lo tenga per lei fino a nuovo ordine), ecco di che cosa si tratta: forse, potrò finalmente lavorare in fabbrica come sogno di fare da almeno dieci anni. Se tutto si arrangia, comincerò alla fine di agosto, e sarà a Parigi o in periferia. Forse può capire ciò che mi aspetto da questa esperienza e quale importanza abbia per me. Sarebbe difficile spiegarlo per scritto. Tutto quello che posso dire, è che non riesco a pensarci senza sentire una gioia profonda.

Lettera di Simone Weil a Marcel Martinet, probabilmente del luglio 1934, inedita, Fondo SW Bnf.

Non ho, è vero, in tutti i campi, che capacità miseramente deboli (ho dovuto finire per accorgermene), ma ho qualcosa nel ventre. La contraddizione è solo apparente. Quante persone hanno brillanti capacità e niente nel ventre! E il tempo che passa non ha solo l’effetto di diminuire progressivamente le mie facoltà ma anche di farmi sentire, sempre più chiaramente, quel che racchiudo in me. Se posso parlare con assoluta franchezza, ebbene, sono convinta che si tratta di germi di grandi cose.

Lettera a Bourges, probabilmente del marzo 1936.

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