Simone Weil. L'attenzione al reale

Autore: 
A cura di: 
Federica Negri
Traduzione di: 
Federica Negri
Nulla supera Platone

“La pienezza di Dio è al di fuori di questo mondo, ma la pienezza della realtà di un uomo è in questo mondo, fosse pure quest'uomo perfetto”

Morta all'età di trentaquattro anni nel 1943, Simone Weil ha dimostrato, nella sua vita e nel suo pensiero, una tale responsabilità al tempo stesso intellettuale, morale e politica, da conferire alla sua opera un'esigenza di coerenza, pur senza diventare mai una specie di sistema.
Da un punto di vista filosofico, è difficile classificare la sua dottrina. Da una parte, afferma che ai suoi occhi “nulla supera Platone”. Il posto riservato a Platone e alla Grecia nell'interpretazione del suo pensiero, non deve tuttavia far dimenticare ciò che ella scriveva, sin dal 1934, nelle Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione: “La nozione di lavoro considerato come un valore umano è di sicuro l'unica conquista spirituale che il pensiero umano abbia fatto dopo il miracolo greco; era forse questa l'unica lacuna di quell'ideale di vita umana che la Grecia aveva elaborato”. Weil ritorna sull'argomento nel 1943, affermando che “la nostra epoca ha come propria missione, per vocazione, la costituzione di una civilizzazione fondata sulla spiritualità del lavoro”, dato che i pensieri relativi al “presentimento di questa vocazione” erano i soli “che non siano stati presi in prestito dai greci”.
Queste due citazioni sarebbero sufficienti a spiegare un'altra presenza costante nel pensiero di Simone Weil, quella di Marx, presenza giustificata in senso critico da un'esigenza: “Una filosofia [del lavoro] rimane da fare” e, in questo senso, anche Marx “ha tracciato solo l'abbozzo di un abbozzo”. “Platone ha detto solo la metà” e Marx ha lasciato solo “qualche indicazione” per elaborare un autentico materialismo.

Persino nel suo appello per una nuova santità, Simone Weil cerca il livello di combinazione adeguato dell'ideale – “altrettanto irrealizzabile del sogno, ma, a differenza del sogno, è in rapporto con la realtà”, con ciò che le condizioni della nostra esistenza in questo mondo esigono: “Al giorno d'oggi non basta essere un santo, è necessaria la santità che il presente esige, una nuova santità, anch'essa senza precedenti”. Lei è, e rimane fino al suo periodo spirituale, una filosofa della lacerazione in cerca di mediazione, una pensatrice alla ricerca di misura ed equilibrio, che non arretra di fronte alla violenza delle contraddizioni che tirano verso l'alto. Se c'è una possibilità di avvicinare qualcosa di reale, in questo mondo o fuori di esso, questa non può essere concessa che a coloro che rischiano di esporsi, sia nel pensiero che nell'azione, Simone Weil ha sempre rischiato.
La sua vocazione prende una forma molto originale nella storia del pensiero filosofico; la “necessità interiore” di cui parla in una lettera a Simone Pétrement, necessità alla quale dice di non potersi sottrarre senza tradire se stessa, non è mai estranea al ritrovamento degli elementi storici e politici utili a rendere questa necessità interiore più potente. Simone Weil, infatti, non poteva che essere una filosofa esposta agli avvenimenti del suo tempo. I tormenti e gli strazi più visibili testimoniano di quella difficoltà che ha provato, non tanto a seguire la sua vocazione quanto a sapere quali mediazioni reali è necessario adottare, nelle circostanze del momento, per realizzarla invece di distruggerla.

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