Biogea

A cura di: 
Francesco Bellusci
Traduzione di: 
Maurizio Costantino e Rossana Lista
Il racconto della terra

POSTFAZIONE di Francesco Bellusci

La nuova abitazione. Se in effetti noi, locatari, dobbiamo assumere il carico di prendersi cura di un habitat solamente temporaneo, bene comune a tutti nello spazio e nel tempo, per poterlo lasciare ai successori così bello ed abitabile quanto lo abbiamo trovato, senza, per appropriarcene, sporcarlo di sangue e di altre contaminazioni, noi viviamo, in un certo senso, insieme qua e là, tra qui ed altrove, all'aperto tra due mondi, nel luogo di nostri amori e di nostre opere certamente, ma allo stesso tempo di lato, nel simbolico e nel concreto, con il secondo che riceve il suo senso dal primo. In mancanza di questa locazione temporanea, aperta e dislocata, una terza morte apparirebbe al nostro orizzonte: l'eradicazione della nostra specie, la sparizione dell'essere umano. Ecco un inferno-limite la cui pregnanza attuale ci induce a temere un altrove. Senza dubbio abbiamo i piedi per Terra, hard, e la testa nel soft.
Il sapere contemporaneo. Ecco dunque come e dove abitare. Ecco lo statuto della Biogea. La storia delle lingue, delle religioni, del diritto profano e della politica laica si ricongiunge, qui, in maniera urgente per la nostra sopravvivenza, alle nostre più recenti conoscenze. Le scienze della vita e della Terra, ormai al centro dei nostri pensieri, designano in effetti, tra questi due regni, lo stesso luogo esplicito – Biogea aperta – dal quale dovranno rinascere le scienze umane. Umano: cento per cento natura, cento per cento cultura. Biogea produce una tale sovrapposizione.
Il nuovo aperto. Per quanto bassa la vogliamo sotto i nostri piedi, la Biogea ci apre ad un  altro spazio, così alto che noi vi si possa acquisire una saggezza, quella di riorganizzare diversamente dai nostri padri questo stesso luogo, ancora politicamente frantumato da vecchi odi, sotto il diluvio di lacrime e di sangue che noi chiamiamo storia. Senza questo luogo dolce, spiritualmente davvero anziano, ma ora a nuovo concepito, senza la costruzione di un bene comune,  opposto ai nostri malpropres , non vedo come il nostro pianeta, duro, sopravviverà. Durezza che dipende da una dolcezza, appartenenza materiale che dipende da questa locazione temporanea.
Basso e duro, l'inferno del Diluvio, dell'inondazione, del crepaccio; alto e dolce, il paradiso del mare, di Garonna e dei monti. Per ragioni differenti da quelle di un tempo andato, noi viaggiamo in simili luoghi, sinistri e sublimi. Noi abitiamo Biogea, vallata di fatiche e di gioie, ma anche torturiamo un luogo di cui abbiamo bisogno per relativizzare le nostre passioni di possesso, le nostre stupidaggini di controllo, la nostra crudele decisione di oggettivare gli esseri e le cose del mondo, cioè, la nostra libido di appartenenza e per distaccarci da questa volontà di appropriazione che, sporcando di già l'habitat dei nostri figli, distrugge la loro vita persino prima che nascano.
Ma lo spirito è costantemente dolce?

 

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