APPUNTI DI PROVA GENERALE

Come sarebbe stata la morte?

Volume della collana LE BELLE LETTERE n. 42
Prezzo: €13,50 / Prezzo di listino: €15,00
SCONTO 10% SENZA SPESE
Formato: 130x170, 128 pagine / Settembre, 2020 / ISBN: 9788893131384
Autore: 
A cura di: 
Roberto Nassi
Traduzione di: 
Mauro Giachetti

«Volse allora lo sguardo all’orologio, sentinella delle sue notti, testimone della temporalità, contrassegno della temporaneità. La lancetta dei minuti aveva appena oltrepassato il primo quarto della settima ora mattutina…».

«Il vero libro – e diciamo “vero” perché ci sono libri nati morti, parto di anime morte – è un intero mondo, un mondo concentrato, un mondo dinamico, un mondo capace di trasformare e plasmare l’uomo. Un libro è un’anima vestita di parole, frasi, immagini, che viaggia attraverso i secoli, riempiendo le persone di luce, dolore, amore», scriveva Kostas E. Tsiropulos in un testo del 1966, confluito nella raccolta di saggi La testimonianza dell’uomo (Atene 1967). Un libro simile, nato vivo perché parto di un’anima viva – la sua –, è anche Appunti di prova generale, un libro sulla morte… Il tema è centrale, ineludibile, presente, anche se talora mascherato o volutamente occultato, in ogni segmento della traiettoria della vita umana, che è, sin dal primo vagito, un confronto perenne con la morte… Confronto che Tsiropulos ha voluto, coscientemente e virilmente, far proprio, affrontandolo di petto in queste pagine di letteratura esistenziale che ci dona, pagine che sono la veste della sua anima e che la rischiarano, come rischiarano la nostra – suprema, illuminativa missione dell’arte! –, perché anche noi, al pari di lui, sempre percepiamo «l’aleggiare della morte», sempre la sentiamo «bussare da ogni parte», sempre ne scorgiamo «la muta scure», sempre vediamo «il tempo inabissarsi nel mare aperto di essa»… Ci sarà, da qualche parte, «un significato ricapitolativo della vita, che spiega, cioè, l’intera vita e non alcuni suoi aspetti o alcuni suoi momenti» (Autopsia del nostro tempo, Atene 1966)? Ci giungerà una qualche parola dalla riva opposta a quella del tempo? Parlerà, finalmente, quello stesso Mistero profondo, sconvolgente, da cui siamo emersi e in cui, con la morte, ricadremo e riaffonderemo? O sarà «la lingua del silenzio, che è la lingua di Dio», a spiegare inspiegabilmente ogni cosa? «Sta’ zitto, ora...».

«Chi era egli che per mezzo dell’amore carnale dei suoi genitori era penetrato nel tempo del mondo? Un’ombra, un fantasma racchiuso in sangue denso. Immaginò di essere esistito, compartecipe del tempo, e di aver dialogato con tutto il Creato: con le stelle, con la natura della terra, con gli uomini; immaginò la maniera in cui era penetrato nel proprio corpo, nella piena esistenza di persone alle quali aveva trasfuso il palpito della propria esistenza…».

«La sua anima sognava Dio. Non Lo temeva, Lo bramava. Essa sapeva che era una necessità costitutiva propria dell’essere umano separarsi dal corpo prima o poi. In quel mese di febbraio, quella separazione cominciava a spuntargli nelle viscere, nei recessi del cuore e faceva sorgere in lui una tormentosa aporia: chi era egli? Perché esisteva? Che cosa sarebbe mancato al mondo se non fosse esistito? Forse Dio aveva bisogno di lui?...».

«Perduto, errabondo nel labirinto dei misteri del Creato, non aveva fiducia nella propria logica, sentiva che quelle tenebre splendenti gli sciabolavano la mente, sentiva emergere spazi inesplorati, silenzi difficili a interpretare, talvolta incomprensibili, silenzi eloquenti. Egli era il più misero elemento del mondo, un granello di sabbia trascinato per quella sacra immensità dal vento dell’amore e della morte. Chi era egli? Che cosa cercava?...».

«Perché aveva conosciuto proprio quelle persone e non altre, come alcune di quelle in cui s’imbatteva di tanto in tanto per strada e che a lui, talvolta, parevano quasi propense a schiuderglisi per sapere chi fosse? Quale enigmatica casualità aveva stabilito chi dovessero essere i suoi compagni di scuola, i suoi amici, i suoi compagni all’università, i suoi colleghi – per non parlare della inesorabile legge del sangue che lo aveva vincolato ai suoi genitori?...».

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